CUCINA SANA - POESIE - STORIE

Nel mondo virtuale e dei social è fin troppo semplice dimenticare la sofferenza reale di quelli che vivono ancora oggi ben al disotto della soglia di povertà sul nostro stesso pianeta e talvolta, proprio vicino a noi. Questo blog è una goccia nell'oceano, ma insieme, con le nostre gocce, possiamo creare un'oasi di amore. Grazie per esservi fermati un momento a pensare a ciò che sembra così lontano e remoto eppure, oggi, più che mai, è tanto vicino a noi.

Storia di una redenzione culinaria

Le parole ed il disegno del logo per il mio blog sono dei miei due figli, Equia e Richmond. Ebbene sì! Equia è una poetessa per mia delizia, o almeno lo era dai sei ai dieci anni, perché dai dieci anni in poi non ha più scritto una singola parola. Ora ha 13 anni e la sua occupazione principale è quella di ingegnarsi a trovare nuovi modi per irritarmi ogni giorno, mentre quella deliziosa bambina che si offriva di fare il massaggino alle spalle della mamma quando la vedeva stanca, diventa un ricordo sempre più lontano ed inverosimile.

Dejà vu?! Ok, benvenuti allora nel mio blog... Low toxin life! Condividerò con voi ricette e storie, foto e ricordi (anche i vostri) che vi aiuteranno, spero, a rimuovere qualche tossina dalla vostra vita. E, poiché fare del bene fa bene, vi comunico subito che in questo blog troverete un link per acquistare un libricino che feci stampare per immortalare le poesie e i disegni dei miei talentuosi figli. Ne ho tre in totale, di figli. Tutto il ricavato è ovviamente devoluto in beneficenza per una fondazione che ha creato scuole ed opportunità per la gioventù svantaggiata in vari paesi del terzo mondo e di cui troverete anche il link nello stesso posto. Inoltre, il costo del libricino è minimo: solo 7 euro. Perciò, condividete, per favore….

 

Comunque, non dovrei cominciare da Equia, poiché insieme al suo gemello Martin ci ha raggiunti a Sorrento, dove viviamo, solo nel 2008; dovrei piuttosto cominciare da Richmond, il loro fratello maggiore che ha 22 anni e che adottai nel 2000 durante i mei anni in Africa, in Ghana, ad essere precisi, come docente di filosofia in Legon, una bella università fondata dagli Inglesi nel lontano 1948.

Richmond, dunque! Sì, poiché è stato proprio lui che nel chiamarmi mamma per la prima volta ha fatto emergere in me ricordi sepolti di una vita in cui il cibo veniva preparato dalle donne della mia famiglia e non si acquistava in un supermercato londinese, come avevo fatto per anni, o consumato alla mensa di UCL (University College London), dove avevo studiato e lavorato dopo essermi sposata con un Inglese, cose di cui di cui poi vi parlerò. Dunque, il mio primo figlio fu l’origine ed il fine della mia metamorfosi che mi fece passare in poco tempo da frequentatrice di mense universitarie e consumatrice di cibi precotti, ad un’alimentazione più sana e responsabile per me e la mia famiglia. Queste miracolose metamorfosi indotte dalla prole credo che siano un’esperienza comune a molte donne: quante di noi possono raccontare di trasformazioni ed imprese compiute solo per il beneficio dei figli e che non avrebbero mai creduto di volere, di dovere o di saper fare nella propria vita!

 

Cominciai questo blog, come alcuni visitatori ricorderanno, agli inizi del duemila, in tempi “non sospetti” per i blog di cucina e di altro genere, e mi ricordo che fui anche contattata da una rete televisiva inglese che mi avrebbe voluta a cucinare in diretta, ma mi sembrò che avessero troppe aspettative per una “outsider” come me, e non se ne fece nulla. Infine, i figli, la scrittura e gli impegni della vita presero il sopravvento e dovetti abbandonare il mio blog a sé stesso. Allora vivevo a Londra ed ero appena tornata dall’Africa dove avevo insegnato per due anni filosofia a Legon, l’università del Ghana. Durante quei due anni, avevo adottato il mio primo figlio, Richmond, appunto. Un bambino di 2 anni, non solo bello ma “edibile” come potete vedere dalla foto, e che diede in poco tempo un sapore completamente nuovo alla mia vita. Fino a quel momento, infatti, la mia vita era stata completamente dedicata ai libri. Il cibo non era un mio interesse ed i bambini non erano un articolo che figurava nella lista delle cose di cui volevo prendermi cura. Ma mi imbattei, mio malgrado, in Richmond (questa storia ve la racconterò un’altra volta) e dovetti rivedere il mio inventario.

Come vi ho già detto, fino a quel momento io e il povero Keith (mio marito) ci eravamo nutriti alla mensa di University College London, dove lavoravamo io nel dipartimento di filosofia e lui in quello di biochimica. A quel tempo vivevamo anche nel cuore di Londra, molto vicini alla nostra Università, in una delle zone più dinamiche della città, il West-End. Ed era stato proprio questo, dopo quasi dieci anni di permanenza, la causa del mio bisogno di “fuggire” dal centro della città senza cielo e senza orizzonti, alla ricerca della natura africana (ma questa è ancora un’altra storia…).

Dunque, dopo due anni di Africa, ero tornata! Eccomi di nuovo al centro di Londra, fashionable, upbeat London, con la mente piena dei ricordi dei grandi spazi africani e con un piccolo bambino da crescere e da…nutrire. Mi fu subito chiaro che la mensa universitaria non era più un’opzione per la nostra famiglia, anche se devo confessare che vi portai Richmond una o due volte con me, solo per scoprire che non vi si poteva reperire nulla che il mio super-ego in cui s’incarnava la mia mamma napoletana, ritenesse anche lontanamente degno per la crescita di un essere umano!

 

La strada del riscatto viene da lontano

E allora?! Cosa potevo fare? Ad essere sincera fino a quel momento nessuno aveva mai avuto delle aspettative su di me come cuoca, né da giovane donna, quando vivevo in Italia prima di sposare il mio marito inglese, né dopo il matrimonio, quando mi trasferii a Londra e vissi lì per parecchi anni da sola con lui. Da ragazza, qualche volta, avevo cercato di aiutare in cucina - capitava durante le pigre mattinate domenicali in cui non c’era niente di meglio da fare che indugiare in pigiama in cucina con le mie zie. Lì fervevano i preparativi per il lungo pranzo domenicale a cui partecipavano, appunto, anche le mie due zie nubili, una sorella di papà e una di mamma. Proprio quelle due adorabili vecchiette, quando osavo offrire il mio aiuto, mi cacciavano via con affetto dicendomi che le mie mani di studentessa erano troppo delicate per mondare carciofi o raschiare le cozze. In realtà venivo licenziata perché non ero considerata capace di fare quel lavoro con efficienza, ed avrei solo ritardato i preparativi. Le mie zie: Anna e Carmela! Due donne che si erano spese tanto e per tante persone e la cui vita poteva dirsi totalmente piena, a dispetto della cattiva fama di cui godevano a quel tempo le cosiddette zitelle in Italia! Non mi restava altro da fare che vestirmi ed andare a messa e tornare all’ora di pranzo quando tutto era pronto ed il profumo del ragù, della parmigiana di melanzane, del pollo in padella con le patate, dei carciofi arrostiti e di tutti gli altri piatti tipici della domenica napoletana, si fondevano in un unico potente aroma che mi faceva entrare di nuovo in cucina per elemosinare un piccolo assaggio, prima che tutti ci fossimo finalmente seduti a tavola. Allora, la zia Carmela, affettava il pane fatto in casa, quello un po’ raffermo così che non si inzuppasse troppo, e lo spalmava di ragù. Io lo mangiavo, ogni volta sorpresa e grata del suo sapore, placando la mia fame in modo salutare, e lo faccio ancora ora per me ed i miei figli, mentre aspetto impaziente come sempre, l’ora di pranzo.

Comunque, devo confessare che in quel tempo ero molto felice di essere esentata dal compito che molte mie coetanee, prive di extra-aiuti in famiglia, dovevano svolgere senza protestare: aiutare la mamma nella preparazione del cibo. Un miscuglio di pigrizia e disinteresse mi spingeva ad assecondare quell’immagine di ragazza incapace, buona solo per i libri, che tutti si erano fatti di me. Al punto che una sera d’estate in cui il mio fidanzato inglese, peraltro molto riservato circa i suoi bisogni, mi confessò di avere fame e non era malauguratamente rimasto nulla del pranzo domenicale, mi limitai a far bollire dell’acqua con dell’olio nella quale avevo immerso delle foglie di alloro e gliela offrii con del buon pane casereccio, facendola passare per una tradizionale squisitezza campagnola. Il povero Keith, accecato dall’amore, si sedette a mangiarla in religioso silenzio, non so se perché deluso dalla mia pigrizia contemplava il suo triste futuro culinario, o se perché l’austerità degli ingredienti gli ricordava la messa, senza però neanche un buon vino a consolarlo. Per fortuna, arrivò in quel momento mio fratello, più grande ed esperto di me, anche in cucina, e tirò fuori dalla dispensa salame, formaggio e vino per accompagnare più degnamente il buon pane che avevo affettato. Tutto è bene ciò che finisce bene, quella sera forse mio fratello salvò il mio fidanzamento...

 

Devo dire a mia parziale difesa che, in realtà, non ero così incapace come tutti pensavano. Infatti, poche settimane dopo il mio matrimonio che si era svolto a Sorrento con un grande banchetto all’hotel Ambasciatori, giunsi in Inghilterra, nella campagna inglese dove vivevano i miei suoceri, e dove vissi alcuni mesi prima di trasferirmi a Londra. Lì decisi un giorno di preparare un pranzo per la famiglia di Keith.

Io che non avevo mai cucinato alcunché oltre ad un uovo bollito, decisi di preparare un tipico pranzo italiano della domenica. Tortellini fatti a mano e, ascoltate l’assurdo: salsicce fatte a mano! Sì, perché in quella parte del paese sarebbe stato impossibile trovare delle salsicce italiane che si potevano comprare solo a Londra, mentre le salsicce inglesi allora mi sembravano una malriuscita imitazione della salsiccia italiana. Poi, col tempo, ho capito che erano nate proprio così, ed ho imparato ad apprezzarle…

Cosa fare? Non avevo scelta, dovevo cominciare da zero: procurarmi l’intestino di maiale adatto e riempirlo con le mie stesse mani. E così feci, complice il mio paziente marito inglese. Ricordo ancora il volto attonito dei macellai inglesi, che sebbene abituati ad un lavoro cruento, mi guardavano disgustati ed increduli quando chiedevo delle budella di maiale. Ma per fortuna alla fine trovammo un macellaio abbastanza vecchio da ricordare che le salsicce una volta si facevano a mano. Ed ecco che ottenni la cosa più preziosa per me in quel momento! Credo che il più grande stimolo per me sia stato non tanto il desiderio di fare bella figura, quanto la voglia che mi era venuta di mangiare la salsiccia italiana. Era inverno e c’era la neve fuori, ed avevo nostalgia del cibo italiano che a quel tempo era molto più stagionale di ora: le salsicce si mangiavano soltanto in inverno, almeno a Napoli. La cosa incredibile è che il mio pranzo riuscì alla perfezione, e tutti possono testimoniarlo, non solo Keith che è una fonte inaffidabile perché ancora ora è accecato dall’amore, anche se lui lo nega…

Evidentemente, gli anni trascorsi ad osservare le mani esperte delle donne della mia famiglia mentre preparavano questi cibi, avevano lasciato in me una traccia indelebile. Ma anche il grande sforzo che feci quel giorno dovette lasciare un ricordo indelebile, tanto è vero che smisi di cucinare di nuovo, per anni. Il mio paziente marito inglese accettò di buon grado il fatto che sua moglie fosse una studiosa a tempo pieno e dunque non avesse tempo per cucinare.

Ma ora il baricentro si era drasticamente spostato. Il mio piccolo bimbo africano mi guardava con occhi pieni di fiducia ed il mio sangue napoletano gridava vendetta per tutti i pasti consumati di fretta nella mensa universitaria, per tutti i cibi precotti comprati da Tesco dietro l’angolo, e le donne che avevano reso la mia infanzia un paradiso di profumi mangerecci mi guardavano con occhi severi e minacciosi. E mi vergognai…sì, mi vergognai!

E così d’un tratto mi rivedevo nella cucina della zia Carmela, le tenevo compagnia seduta con i piedi sul suo grande braciere, mentre leggevo un libro o facevo i compiti per il giorno dopo. La zia si sarebbe offesa e preoccupata e, infine, francamente indignata, se dopo avermi chiesto per la terza volta se avevo fame non le avessi detto di sì.

Così si metteva all’opera per prepararmi uno dei miei spuntini preferiti. Avevano appena ammazzato il maiale e la carne era stata macinata per riempire le budella a formare salsicce, salami o soppressate, ognuna con il suo sapore ed il suo perché. Ma ogni volta che si ammazzava il maiale la zia Carmela metteva da parte del sangue rappreso che poi mi avrebbe fritto (prima di fare quella faccia lo dovreste provare!), e della carne macinata con cui avrebbe fatto delle salsicce per me, che poi avrebbe cotto sotto la cenere del braciere. Forse non molti di voi hanno avuto la fortuna di mangiare una salsiccia cotta sotto la cenere di un braciere e per questo non mi è facile trovare le parole per esprimere quell’esperienza culinaria che comincia, come sempre, dall’olfatto: l’odore di carta bruciata e carne che comincia lentamente ad esalare dal braciere e l’aroma che improvvisamente muta e diventa quello della carne arrostita per annunciare che la salsiccia è pronta. Ho detto “carta bruciata”?

 

Sì, infatti la parte più caratteristica di questa preparazione è il fatto che mia zia mi chiedesse ogni volta di strappare un foglio dal mio quaderno, lo inzuppava di acqua, lo strizzava e dopo aver formato una salsiccia condita con sale e pepe, la impacchettava ordinatamente nel foglio di quaderno e la metteva sotto la cenere, poi sistemava su questa delle braci ardenti ed aspettavamo di sentire il giusto aroma prima di aprire il pacchetto e subito dopo farne un altro e un altro ancora…almeno tre, prima che mi sentissi soddisfatta e tornassi al mio studio. Potrei piangere al ricordo di quelle salsicce sotto la brace! sia per la commozione al ricordo di tanta tenera cura, sia per l’esperienza sensoriale indimenticabile! Ma non posso…perché mia zia Carmela non era donna da apprezzare che io piangessi al suo ricordo. La zia Carmela era un’ode alla gioia, una celebrazione delle tante e per sempre smarrite facce delle cure familiari e domestiche di un tempo! A dispetto del fatto che non si fosse sposata e non avesse avuto figli, non ho mai conosciuto una persona che si sia presa tanta cura degli altri e in tanti modi, come ha fatto lei. Non solo dei suoi familiari, prossimi e distanti, ma anche di amici, e di amici degli amici, o di semplici conoscenze, persone che bussavano alla sua porta perché avevano saputo che lei sapeva come fare un certo punto a maglia o all’uncinetto, o perché era in possesso di una vecchia e rara ricetta, o cose del genere.

La zia Carmela era colei che prendeva il posto di mia mamma quando durante il giorno o la notte lei veniva chiamata ad assistere una partoriente. La zia arrivava con il suo piccolo corpo rotondo e leggermente claudicante per l’artrite, con il suo immancabile pacchetto di biscotti bucaneve, e dava da mangiare non solo a noi nipoti ma anche alle galline e talvolta ai conigli, quando mio padre nelle sue ambiziose aspirazioni autarchiche decideva che dovevamo crescere anche i conigli oltre alle galline. In un’occasione memorabile, e per fortuna unica, mio padre rese perfino la nostra casa il teatro di un “maialecidio”: non apprezzammo le urla quasi umane del povero maiale sgozzato da un professionista. Quell'uomo, un gigante di due metri le cui fattezze non dimenticherò mai e che in un intreccio che mi sembrò allora misterioso scroprii essere figlio della proprietaria dell'unica salumeria del paese, ingaggiò una lotta sovrumana con il povero animale e... la vinse. Ma devo ammettere che fu una grande festa che si protrasse per giorni fino a quando le varie parti del maiale non furono tutte smaltite e usate per la loro tradizionale destinazione. La zia, indaffaratissima, in quei giorni andava e veniva dalla sua casa alla nostra e già questo per me era una gioia! Mia mamma, una donna mite e molto impegnata nel suo lavoro di levatrice, in anni in cui le donne partorivano quasi tutte in casa, non si lasciava turbare dalle richieste di mio padre perché sapeva che sarebbe arrivata la zia Carmela, anche lei amante dell’autarchia e pronta a raccogliere ogni nuova sfida che avrebbe reso l’economia domestica ancora più autosufficiente. A casa mia non si comperava quasi nulla, perché mio padre che era un medico otorino, e proprio perché medico era pioniere del kilometro-zero, possedeva un grande orto in cui produceva tutta la frutta e la verdura di stagione, e a quel tempo ciò che non era in stagione, per la verità, non si trovava neanche nei negozi. Solo quando, anni dopo, mi ritrovai nei supermercati di Londra a contemplare perplessa pomodori che sembravano quelli di plastica dei miei giocattoli di bambina, compresi quanto amore mio padre avesse dedicato alla nostra alimentazione.

 

Mia zia Carmela non aveva ricevuto nessun training specifico, tuttavia era capace di fare quasi ogni cosa necessaria a rendere l’economia di una famiglia auto-sufficiente, sostenibile, si direbbe oggi. Lei sapeva quando seminare e far crescere gli ortaggi e la frutta del nostro giardino, sapeva cucire i nostri vestiti, fare maglioni e coperte per noi nipoti e per gli amici, gli scialletti di lana per le parenti più anziane, sapeva fare la pancetta, il capocollo ed utilizzare praticamente ogni parte del maiale, incluse la pelle ed il grasso che poi metteva nei barattoli, rispettivamente come cotiche da usare nei fagioli e come sugna da usare in tante preparazioni, durante tutto l’anno. La zia Carmela era convinta che l’amore passasse attraverso il dono del cibo e lo scambio di tale dono. Anche molti anni dopo, quando ormai era costretta a passare molto tempo a letto ed io la visitavo portandole un pensierino, sempre di natura alimentare che poi lei avrebbe scambiato con qualcun’ altro, non si placava fino a che io non prendessi delle caramelle o del Vermouth dalla sua dispensa e, seduta sulla sponda del suo letto, mangiando e bevendo, la rassicuravo che nulla era cambiato.

Uno dei ricordi più vividi della mia prima infanzia è osservare mia zia che prepara il pastone per i polli: ricordo l’odore fresco della crusca, le sue piccole mani che si muovono rapidamente per mescolarla all’acqua mentre schiacciano le patate di seconda qualità e le aggiungono al resto dell’impasto che formerà il cibo per i nostri eccezionali polli. Non mi sorprende che dopo tanto sforzo essi avessero un sapore rimasto per me ineguagliato! Una piccola confessione della bimba selvaggia che ero allora: a volte non riuscivo a resistere all’odore del grano crudo e delle patate appena schiacciate e supplicavo la zia di farmi assaggiare un po’ dell’impasto. Lei non si turbava e mi accontentava sempre: “Dopotutto- se avessi mangiato il pollo, avrei dovuto poter mangiare anche quello che il pollo mangiava!”, replicava con una sua logica alle proteste della mia povera mamma che credo, in quei momenti, un po’ si rammaricasse di dovermi lasciare alle cure della sorella. Ma a me la logica della zia sembrava irreprensibile, ora forse… un po’ meno. Eppure, devo confessare che sin da quei tempi ho sempre avuto una strana preferenza per i cibi crudi e soprattutto gli impasti di ogni genere.

Sebbene la zia Carmela fosse la nostra seconda mamma e quella che accorreva ogni momento del giorno e della notte quando mia madre veniva chiamata ad assistere una partoriente, non farei giustizia al mio cuore se non parlassi anche della sorella non sposata di papà: la zia Anna. Lei mi riporta alla mente un altro rituale culinario della mia infanzia: il pranzo del mercoledì a casa della zia Anna, quando lei cucinava il mio piatto preferito di allora: tortellini cotti nel brodo di pollo. La zia Anna era stata una cuoca sopraffina, abituata ad imbandire grandi banchetti per sacerdoti e monsignori che si fermavano spesso a pranzo da mio zio, anche lui prete e parroco di un paesino non lontano dal nostro. Ricordo che proprio durante uno di questi lunghi banchetti fui iniziata al dolcissimo moscato che mio zio usava per dir messa, e, ignorata da tutti, “alzai il gomito” e mi ubriacai per la prima ed ultima volta nella mia vita: avevo 4 anni. Ma quelli erano tempi lontani: mio zio ci aveva lasciati prematuramente e la zia Anna che non si era sposata per prendersi cura della canonica, era tornata a vivere nel vecchio palazzo di famiglia al centro del paese.

Io presi allora l’abitudine di farle visita un giorno fisso della settimana: il mercoledì, appunto. Dopo aver pranzato, io e la zia trascorrevamo lunghi pomeriggi nella sua cucina all’ultimo piano del vecchio palazzo di famiglia, pieno di tante memorie, a chiacchierare di vecchie storie e di persone che non c’erano più. Mi piaceva soprattutto sentire i suoi racconti di un tempo in cui io non avevo vissuto ma che era stato fondamentale per la mia vita: gli anni prima e dopo la Seconda guerra mondiale, quando i miei genitori si erano fidanzati e poi sposati tra mille peripezie e avevano dato inizio al nostro nucleo familiare intorno a cui orbitavano anche le nostre zie. Le foto ingiallite di un album che ora conservo gelosamente, per mostrarlo di tanto in tanto anche ai miei figli e forse un giorno ai mei nipoti, mi aiutavano a dare vita a persone che non avevo neppure conosciuto, come il mio nonno paterno.

La mia storia preferita, devo ammetterlo, era una storia un po’ truce dei tempi della guerra e che sembrava tratta da un film o da un libro e non dalla vita vera. La zia me la raccontava con piacere ogni volta glielo chiedessi ed era come se il lieto fine la rendesse ancora felice dopo tanti anni.

I fatti erano questi. Mio padre che al tempo della Seconda guerra mondiale era uno studente in medicina, stava studiando per un esame nelle terre della loro campagna, quando fu fatto prigioniero da una divisione di tedeschi in ritirata verso la Germania che, come tanti altri loro colleghi, seminavano la morte tra i civili inermi, ovunque passassero, scrivendo così alcune delle pagine più tristi della storia italiana. Forse, questa sul mio paesino, Lausdomini, viene scritta ora per la prima volta da me: infatti, a pensarci bene, non è stata eretta neppure una lapide a ricordo di quei poveri martiri, probabilmente perché alla fine del conflitto le persone avevano solo voglia di dimenticare una guerra tanto assurda. Insieme a mio padre, quel giorno fecero prigionieri altri uomini che trovarono per le strade del paese, colpevoli solo di essersi trovati al posto sbagliato al momento sbagliato, così come stava accadendo in altri borghi italiani. Questi uomini furono tutti uccisi sul momento e gettati in un fosso appena fuori del paese; solo mio padre riuscì a salvarsi perché mostrò al soldato tedesco una tessera del dopolavoro fascista di cui molti erano in possesso a quei tempi. Mio padre si salvò ed io ero affascinata da questa storia in cui il caso aveva giocato un ruolo tanto capriccioso permettendomi così di entrare in questo mondo. “Avrei potuto non nascere!” dicevo ogni volta alla zia tirando un sospiro di sollievo, come se la storia avesse potuto avere una conclusione diversa dalla volta precedente, mentre attendevo l’ultima, terribile parte del racconto : mio padre fu risparmiato, ma spaventato corse via a nascondersi , e quando la sera non tornò a casa, pensando che fosse tra i morti perché alcuni l’avevano visto tra quelli fatti prigionieri dai Tedeschi, la zia che allora aveva più o meno la mia età si era recata con il nonno nella fossa comune dove li avevano gettati, e ad uno ad uno lavò la faccia dei poveretti che erano stati meno fortunati di mio padre per vedere se il fratello fosse tra loro. Ogni volta, trattenevo il respiro mentre lei concludeva la lista dei nomi dei poveri sfortunati che lei aveva riconosciuto perché erano del suo stesso paese o di qualche paese vicino. “Per fortuna tuo padre non era tra loro!”, diceva pensosamente mentre scuoteva il capo, come per allontanare un ricordo ancora doloroso. È ovvio che avessero voluto dimenticare tali assurde atrocità.

Questa triste storia, che ho voluto raccontare perché non si debba mai dimenticare l’abbrutimento di cui l’uomo è capace, anche se di un tempo che noi non abbiamo personalmente vissuto, non deve offuscare la gioia che mi ha dato il parlare di queste due donne che, sebbene non avessero mai avuto figli, sono state incredibilmente materne e generose con tutti quanti noi e soprattutto con me. Solo anni dopo la loro scomparsa, visitando le stanze della memoria da quei luoghi lontani dove la mia inesauribile curiosità ed inquietudine mi avevano portata, compresi quanto io sia stata fortunata ad avere queste due donne nella mia vita, quanti momenti di perfetta letizia avevo vissuto con loro, libere dalle preoccupazioni di una propria famiglia, e quanto più povera sarebbe stata la mia vita se non ci fossero state loro con noi e per noi.

Tuttavia, le mie adorate zie non potevano essere l’ispirazione per la mia conversione culinaria. Esse incarnavano il lato “lussurioso” del cibo, sebbene preparato in modo tradizionale, o forse proprio perché preparato secondo la tradizione: esse, infatti, appartenevano ad una generazione di donne che spesso si sedevano a cucinare, ed era una vera necessità perché il ragù napoletano ad esempio, richiedeva una cottura di molte ore, e, a seconda della pazienza della cuoca, si poteva arrivare anche a dieci ore! Nel frattempo, loro si sedevano a preparare tante succulente prelibatezze, come le melanzane al cioccolato, specialità della zia Anna, o i supplì al telefono, alias arancine di riso, crocchè di patate, mozzarella in carrozza, carciofini fritti (questi erano la specialità di Giginella, un’altra presenza femminile, un’altra storia…), che poi venivano sistemati in un grande piatto al centro del tavolo e consumati come antipasti. Non so se avete capito: questi erano solo gli antipasti!

Sebbene adorassi la cucina delle mie zie, io volevo poter cucinare cibo tradizionale che fosse compatibile con i miei tempi stretti, come molte donne di oggi; cibo che fosse, gustoso, leggero, veloce e tradizionale al tempo stesso. Non era un’impresa impossibile, perché quello era il modo in cui cucinava mia madre, quotidianamente, per tutti noi. Mia madre diceva spesso che non amava cucinare, e, ad essere sincera, non ricordo di averla vista passare molto tempo in cucina, tuttavia vi erano dei piatti che mia madre cucinava ad un livello di assoluta e per me ineguagliata perfezione e che sono rimasti famosi nel nostro cerchio di familiari ed amici, come la pastiera napoletana, il dolce nazionale di Napoli per Pasqua, il migliaccio di Carnevale, gi struffoli di Capodanno ed un incredibilmente semplice e gustoso gelato al cacao di cui un giorno condividerò con voi la ricetta.

Non posso concludere questa introduzione senza un breve ricordo di mia madre.

Converrete che è quasi impossibile parlare della propria madre, specie se non c’è più, senza scadere in una retorica nostalgica. Ma c’è una lode molto sobria e sicuramente vera che posso fare a mia madre, senza tema di essere smentita: è stata proprio lei che, con il suo amore inclusivo, mi ha permesso di avere tutte queste belle presenze di donne nella mia vita. Esse hanno portato un plusvalore di gioia e serenità e sono state un luogo sicuro dove rifugiarmi anche quando negli anni un po’ turbolenti dell’adolescenza mi scontravo occasionalmente con i miei genitori. Se mia madre non fosse stata capace di armonizzare intorno a sé tante persone, e tutte donne per giunta! noi saremmo stati una tradizionale famiglia nucleare, nel bene e nel male. Non è una lode da poco, se pensiamo che la maggior parte degli esseri umani, oggi, non riescono a sopportare neanche sé stessi. Mia madre, dunque, amava circondarsi di “aiutanti” con cui condividere il quotidiano della sua famiglia, con tutti gli imprevisti e gli incidenti che questo comporta: non era una donna esclusiva ma inclusiva. Credo di avere ereditato questo suo tratto.

Diceva Luciano De Crescenzo - in “Così parlò Bellavista” - che il mondo si divide in persone d’amore e persone di amicizia: ecco, io, come mia madre, mi definirei una persona di amore, costruisco la mia vita su rapporti di intenso amore e di cura reciproca, mi piace prendermi cura degli altri e di conseguenza anche gli altri si prendono cura di me. Non è sempre facile, e come in ogni situazione umana vi sono i pro e i contro, ma non è tanto una scelta quanto una necessità dettata dalla propria natura: se tutto ciò non accade naturalmente, è impossibile cercarlo o imporselo. L’umanità, dopotutto, è fatta per metà e metà, sentenziò il professor Bellavista! E va bene così.
 

Buon Appetito! 

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